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Femminicidio e limiti delle soluzioni giuridiche a un problema culturale. Una riflessione a partire dalla sentenza n. 197/2023 della Corte Costituzionale 

Femminicidio e limiti delle soluzioni giuridiche a un problema culturale. Una riflessione a partire dalla sentenza n. 197/2023 della Corte Costituzionale 

Flavia Monceri

I vari fenomeni ormai usualmente evocati dall’etichetta riassuntiva di “femminicidio” hanno principalmente origini culturali, in quanto radicati in un complesso insieme di stereotipi diffusi e condivisi sul sesso, sul genere e sulla sessualità, dai quali emergono veri e propri pregiudizi che a livello sociale possono condurre, e di fatto conducono, a un’ampia gamma di comportamenti discriminatori nei confronti di individui, – nel caso del femminicidio “le donne” – che vengano percepiti come non conformi al modello costruito in base a quegli stereotipi1. Si potrebbe dunque affermare che il femminicidio sia un problema culturale per risolvere il quale sarebbe il caso di ricorrere a strumenti culturali. In realtà, invece, sembra ancora prevalente l’idea che tale problema culturale possa essere risolto tramite mezzi giuridici e in particolare tramite l’elaborazione di norme specifiche tese a inasprire le pene nei confronti di quanti siano riconosciuti colpevoli del, o dei, reati riconducibili alla categoria di femminicidio, senza contemporaneamente avere ancora a disposizione strumenti abbastanza efficaci da incidere decisamente sul contesto culturale favorendone il mutamento, corredati dai mezzi adeguati a implementarne l’utilizzo al livello concreto. 

Ne consegue che la repressione finisce per prevalere sulla prevenzione, nonostante lo stesso corpus di norme specificamente dedicate sottolinei la necessità di prendere le mosse da quest’ultima. Non sarebbe neppure il caso di ricordare, infatti, l’attenzione riservata alla prevenzione nella l. 119/2013 (c.d. “legge sul femminicidio”, di conversione con modificazioni del d.l. 93/2013), la quale al suo art. 5 prevedeva un “piano strategico nazionale” di contrasto alla violenza contro le donne e alla violenza domestica (benché così riducendo la più ampia categoria di “violenza di genere”) le cui finalità consistevano almeno nel «prevenire il fenomeno della violenza contro le donne» (c.2, lett. a); «sensibilizzare gli operatori dei settori dei media» (c.2, lett. b); «promuovere un’adeguata formazione del personale della scuola» (c.2, lett. c), accanto ad altre consimili previsioni correttamente tese a una più ampia modificazione del “sentire comune”, ossia della cultura, in modo da permettere lo sviluppo e la stabilizzazione di condizioni contestuali capaci di evitare l’insorgere di fenomeni di “violenza di genere” tali da imporre un intervento applicativo delle misure restrittive previste negli articoli precedenti di quella stessa legge. 

A questo proposito, peraltro, vale la pena di notare che le misure volte a prevenire i reati, tese a evitare, per quanto possibile, un loro aumento attraverso la creazione di condizioni di contesto, ossia di una “cultura”, più adeguate, nonché a funzionare da efficace deterrente, per così dire, risponde a un imperativo, sempre presente negli ordini politici, all’efficacia e all’efficienza anche dal punto di vista meramente economico. Certamente, infatti, non si può negare che gli interventi di carattere culturale siano in apparenza e in un primo momento più “costosi”: a) in termini di energie e risorse economiche; b) in termini di tempo, visto che per funzionare hanno bisogno di una diffusione più ampia e capillare che non può avvenire “immediatamente” o “in tempo reale”; e c) in termini di aumento dell’incertezza, visto che si sostanziano sempre in un mutamento del “sentire comune” in ogni momento dato, la cui stabilità invece dipende principalmente dall’ampiezza del grado di affidabilità percepita del sistema di stereotipi (ovvero di “conoscenze”) già disponibile. 

Ciò nonostante, tali interventi risultano – nel medio-lungo periodo – non solo più efficaci ed efficienti, ma anche più economici, proprio perché diminuiscono la necessità di tenere sotto controllo i fenomeni indesiderati attraverso il ricorso a un sempre maggiore allocamento di risorse (in termini di persone, strutture e denaro) al fine di esercitare capillarmente quel “monopolio della violenza legittima”, per riecheggiare una nota espressione di Max Weber, che dalla modernità occidentale in poi spetta allo Stato. E ciò, soprattutto quando tali fenomeni vengano avvertiti dalla comunità politica – a torto o a ragione – come fenomeni emergenziali, causando una spinta dal basso tesa alla richiesta di una loro pronta ed efficace soluzione che ogni ordine politico deve (almeno provare a) soddisfare raggiunta una certa soglia, se non vuole perdere consenso. Nei regimi democratici, e ancor più quando s’ispirino, come sembra essere il caso di molte democrazie contemporanee, alla cosiddetta “politica dell’identità”, che si sostanzia anche nella richiesta di un maggiore “riconoscimento” di diritti (differenziati), quella pronta ed efficace soluzione assume la forma della “legge”, la quale, non si dovrebbe mai dimenticarlo, è prima il risultato emergente di una pluralità di negoziazioni fra gruppi d’interesse portatori di un certo potere, e soltanto dopo – ossia, dopo essere stata elaborata e approvata – assume quell’apparentemente esclusivo significato giuridico che nell’immaginario comune possiede la legge, solitamente non più ricondotta a quel processo politico da cui emerge. 

Ora, i variegati fenomeni attualmente riuniti sotto l’etichetta di “femminicidio” rientrano fra quelli per i quali – lo ripeto, a torto o a ragione – si è diffusa una percezione che tende a configurarli come un’emergenza, alla quale a quanto pare non si è ancora riusciti a far fronte. Ciò sembra essere dimostrato, tra l’altro, dalla diffusa percezione che il fenomeno nelle sue varie manifestazioni non sia in decremento, ma in crescita, benché in realtà gli “omicidi di donne” sembrino essere rimasti stabili nel tempo2, il che in ogni caso, a distanza di dieci anni dall’entrata in vigore della l. 119/2013, potrebbe senza dubbio gettare qualche ombra sulla sua effettiva capacità di “prevenire e curare” come si potrebbe anche dire3. Tanto che si è ritenuto di dover intervenire nuovamente dal punto di vista legislativo, in particolare con la legge 19 luglio 2019, n. 69 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere), più comunemente nota come “Codice Rosso”4. La quale, però, nuovamente si concentra di più sull’inasprimento delle pene, e dunque sulla repressione, che non sulla prevenzione (anche se l’art. 5 è dedicato alla «formazione degli operatori di polizia»).  

Ciò costituisce almeno un indizio a favore dell’idea che si sia ancora alla quasi esclusiva ricerca di una soluzione che punti su mezzi giuridici specifici (l’inasprimento delle pene) per risolvere un problema che ha radici culturali molto profonde e in larga parte ancora intoccate – almeno a stare a quanto continua ad accadere. In questo contesto, allora, sembra più che opportuno considerare, seppur brevemente, la recente sentenza della Corte Costituzionale 10-30 ottobre 2023, n. 197 (pubblicata in G.U. 1ª s.s. 02/11/2023 n. 44), che fra le altre cose ha il merito di portare allo scoperto le contraddizioni cui può condurre appunto la soluzione di un problema culturale tramite il (quasi esclusivo) ricorso al “mezzo giuridico” dell’inasprimento delle pene5. Infatti, mentre l’art. 11 c. 1, lett. c) del c.d. “Codice Rosso” aveva statuito che all’art. 577 del codice penale «dopo il secondo comma è aggiunto il seguente: “Le circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 62, numero 1, 89, 98 e 114, concorrenti con le circostanze aggravanti di cui al primo comma, numero 1, e al secondo comma, non possono essere ritenute prevalenti rispetto a queste”», di questo terzo comma la sentenza menzionata ha dichiarato l’illegittimità costituzionale «nella parte in cui vieta al giudice di ritenere prevalenti le circostanze attenuanti della provocazione di cui all’art. 62, primo comma, numero 2), cod. pen. e le circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis cod. pen.» (punto 5.7 del considerato in diritto), ritenendola in contrasto, sotto diversi profili, con gli artt. 3 e 27 Cost. 

L’occasione per la pronuncia, come si ricorda all’inizio della sentenza, è da ricondurre a tre diversi giudizi di legittimità costituzionale relativi all’art. 577, terzo comma, «promossi dalla Corte d’assise di Cagliari con ordinanza del 16 novembre 2022 e dalla Corte d’assise d’appello di Torino, sezione prima, con ordinanze del 4 e del 10 maggio 2023, iscritte, rispettivamente, al n. 151 del registro ordinanze 2022 e ai numeri 87 e 88 del registro ordinanze 2023 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52, prima serie speciale, dell’anno 2022 e n. 27, prima serie speciale, dell’anno 2023». Il primo elemento degno di nota è che «i tre giudizi sollevano questioni analoghe e meritano, pertanto, di essere riuniti ai fini della decisione» (punto 2. del considerato in diritto), ma allo stesso tempo si riferiscono a tre casi molto diversi fra loro, pur potendo rientrare tutti sotto l’etichetta della “violenza domestica”. Essi risultano infatti non così agevoli da ricondurre a un insieme di previsioni che appaiono riferirsi, quale fattispecie standard, al solo caso in cui a) i soggetti coinvolti coincidano con un autore maschio e uomo contrapposto a una vittima femmina e donna; e b) le circostanze possano essere ricostruite a partire da una storia di prevaricazioni compiute dall’autore prima del fatto delittuoso e tutte riconducibili alla categoria di “femminicidio”. 

 In altri termini, le norme sin qui a disposizione a partire dalla l. 119/2013 considerano quasi esclusivamente il caso dell’omicidio di una donna perché è donna (“femminicidio”) da parte di un uomo che abbia con lei un legame affettivo ampiamente inteso (realmente constatabile, o anche soltanto da lui presunto o immaginato), il quale non si riduce certo né al matrimonio, né a una stabile convivenza. Il problema consiste nel fatto che tale caso particolare diviene un modello di riferimento per la generalità dei casi, o uno standard se si preferisce. Proprio per questo motivo, da un lato si finisce per incorrere, come avviene nel caso sotto esame, nell’incapacità, se non proprio nell’impossibilità, di rendere ragione di una pluralità di fattispecie, mentre dall’altro lato si rischia addirittura di sfociare in conseguenze non solo indesiderabili, ma anche contraddittorie rispetto alle premesse, che qui significa in contrasto con le previsioni costituzionali. 

Sintetizzando più che schematicamente, a puri fini di comprensione immediata, i tre casi che la Corte ricostruisce in modo approfondito e chiarissimo, benché sintetico, si tratta in definitiva di: 

  1. Un marito che uccide la moglie 
  1. Un figlio che uccide il padre 
  1. Una moglie che uccide il marito 

Come si vede, tutti e tre i casi hanno certamente a che fare con la categoria di “violenza domestica”, ma mentre il primo sembra conformarsi anche all’usuale immagine evocata dal termine “femminicidio”, quale conclusione tragica di una storia di comportamenti ed eventi riconducibili alla categoria di “violenza di genere” (che quasi invariabilmente, almeno finora, indica l’atto violento perpetrato da un maschio/uomo contro una femmina/donna), gli altri due casi non sembrano essere riconducibili a tale categoria, rimanendo più chiaramente all’interno della violenza domestica, benché anche qui non del tutto correttamente, se “violenza di genere” non viene sovrapposto senza residui a “violenza sulle donne”. Il punto è che le modificazioni introdotte al Codice penale dal c.d. “Codice Rosso” sembrano suggerire, quando non proprio esigere come nel caso del terzo comma aggiunto all’art. 577 cod. pen. su cui si appunta la questione di legittimità sollevata dai giudici a quo, che i giudici si orientino a trattare nello stesso modo tutti i casi concreti, nonostante le differenze fra loro riscontrabili. E ciò, in particolare quando si tratti dell’irrogazione della “pena giusta” – il che significa, per dirlo senza mezzi termini – quando si tratti di decidere per quanto tempo, in termini di anni, mesi, giorni, debbano essere reclusi/e coloro che siano stati/e giudicati/e definitivamente colpevoli. 

Più nello specifico, si tratta qui dell’impossibilità di prendere in considerazione tutte le circostanze attenuanti previste dall’ordinamento penale italiano, perché per questo tipo di reati, l’introduzione del terzo comma all’art. 577 cod. pen. aveva stabilito appunto che se ne potessero considerare solo alcune, escludendo tutte le altre. Il che significava anche vincolare l’ammontare complessivo della pena irrogata a un intervallo numerico piuttosto monolitico, mentre non avrebbero potuto, né dovuto, rilevare tutti gli ulteriori elementi «che il giudice è di solito tenuto a considerare per calibrare la risposta sanzionatoria», i quali «vengono qui condannati all’invisibilità, per effetto di una disposizione che consente – soltanto – di neutralizzare il disvalore stigmatizzato, in via generale, dall’unica circostanza del rapporto familiare o affettivo tra autore e vittima» (punto 5.5.3 del considerato in diritto). Dunque, quest’ultima circostanza, si permetta di aggiungere, pare essere l’unico elemento rilevante per il legislatore, forse anche perché convinto di operare in condizioni di emergenza delle quali, tuttavia, sarebbe sempre il caso di approfondire l’origine e la veridicità, per evitare che le nuove leggi siano per esempio il risultato di una risposta politica non del tutto approfonditamente meditata a forti sollecitazioni provenienti dalla c.d. “opinione pubblica”, comunque essa si sia (peraltro sempre presuntivamente) formata.  

Il problema, infatti, è che tale risposta politica finisce per risultare in previsioni giuridiche destinate a essere più lentamente modificate una volta che siano state semplificate in regole valide erga omnes senza prevedere quella flessibilità o elasticità che risulta necessaria, invece, quando ci si trovi di fronte a casi concreti che le mettano in discussione, come sembra qui il caso. Infatti, se si complica anche solo lievemente lo schema in precedenza grossolanamente riportato a partire dalla ricostruzione rinvenibile nella sentenza, ne risulta almeno che:  

  1. Un marito uccide la moglie che «soffriva da circa dieci anni di un grave disturbo bipolare», la quale «più volte, nel corso degli anni, aveva cercato di togliersi la vita» (punto 1.1.1. del considerato in fatto) e da ultimo soltanto venti giorni prima del fatto, occasione nella quale erano intervenute le forze dell’ordine; nonostante ciò, il marito continuava ad accudirla cercando anche di far sì che tali episodi non si ripetessero; tutte le persone sentite confermavano questo stato di cose e anche la propria preoccupazione, al punto che il giorno del delitto, dopo un’ennesima aggressione verbale, la figlia della vittima si era allontanata con i nipotini; la donna aveva minacciato l’uomo di ucciderlo avvicinandosi al cassetto dei coltelli; dopo aver tentato di fermarla l’uomo la uccideva chiamando subito dopo in sequenza la figlia e i carabinieri, non sottraendosi mai alla propria responsabilità, neanche in seguito, quale autore del fatto. 
  1. Un figlio uccide il padre dopo anni di «comportamento persecutorio e intimidatorio» (punto 2.1.1 del considerato in fatto) verso sua madre, verso di lui (diciottenne) e verso il fratello, entrambi intenti e attenti già in precedenza a proteggere la madre; il giorno dell’omicidio, dopo ulteriori insulti e minacce e dopo essersi ubriacato, il padre si ritirava in camera per uscirne in seguito e dirigersi aggressivamente verso la madre, prontamente difesa dai figli con i quali emergeva una colluttazione; l’uomo si era diretto in cucina, ma il figlio lo raggiungeva e arrivato per primo al cassetto dei coltelli lo colpiva ripetutamente uccidendolo. 
  1. Una moglie uccide il marito, dopo anni di «ripetuti e violenti maltrattamenti» cui si aggiungevano più di recente «problematiche di natura psichica» che lo conducevano anche a «comportamenti molesti nei confronti di vicini e familiari» e a moltiplicare «le aggressioni verbali, fisiche e sessuali nei confronti della donna, costantemente minacciata» (punto 3.1.1 del considerato in fatto); il giorno dell’omicidio, l’uomo litigava con il figlio alla presenza della moglie, venendo alle mani; l’uomo aveva la peggio e chiamava i carabinieri per farsi portare in ospedale, tornato dal quale esprimeva direttamente al figlio, tramite un messaggio di testo, di volerlo cacciare di casa; nel frattempo la donna aveva raccontato ai carabinieri dei maltrattamenti, chiedendo di prendere provvedimenti, ma dichiarando (come pare) anche di non poterlo denunciare per paura; dopo aver cercato di far ragionare il marito, ricevendo in cambio ulteriori minacce e, come pare, qualche percossa, la donna metteva del sonnifero in una bibita e dopo che il marito si era addormentato «lo aveva strangolato con un laccio da scarpe» (ibidem), chiamando poi i carabinieri. 

Se si considera questa più ampia ricostruzione dei fatti ponendosi «dal lato dell’autore anziché da quello della vittima» (punto 5.1 del considerato in diritto), si trova confermata da un lato l’idea che «il delitto di omicidio può essere connotato, nei singoli casi concreti, da livelli di gravità notevolmente differenziati» (punto 5 del considerato in diritto) e dall’altro quella secondo cui «l’unica figura legale di omicidio volontario abbraccia condotte dal disvalore soggettivo affatto differente: dall’assassinio compiuto da un sicario o da un membro di un gruppo criminale contro un esponente di una cosca rivale, alla brutale uccisione della moglie o della compagna, sino a condotte omicide come quelle descritte dalle odierne ordinanze di rimessione, maturate in contesti di prolungata e intensa sofferenza, causata da una lunga serie di soprusi e maltrattamenti posti in essere – colpevolmente o no – dalle stesse vittime, contesti, peraltro, di tale significatività da interrogare talvolta i giudici sulla possibile sussistenza della legittima difesa in capo agli autori dell’omicidio» (punto 5.1 del considerato in diritto). Prima di tutto per questo motivo, come pare, se è vero che «ogni omicidio parrebbe avere identico disvalore», in quanto «lede in maniera definitiva una vita umana», accade nondimeno che «da sempre il diritto penale distingue – nell’ambito degli omicidi punibili – tra fatti più o meno gravi» (ibidem). 

Ora, detto in breve, nei tre casi considerati, sembrerebbero sussistere tutte le condizioni almeno perché il giudice rimettente semplicemente potesse prendere in considerazione «tutte le circostanze attenuanti previste dall’art. 62 cod. pen., nonché le circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis cod. pen.» che avrebbero potuto condurre a una anche sensibile diminuzione della pena comminata, come esito di un «giudizio di bilanciamento», il quale «consiste in sostanza nella determinazione di quali siano le circostanze – aggravanti o attenuanti – che “pesano” maggiormente nella valutazione del fatto» (punto 4.1 del considerato in diritto). Perché certo non va dimenticato che in tutti e tre i casi risulta necessaria una contemporanea considerazione delle aggravanti già previste dall’art. 577, primo comma, numero 1) e secondo comma cod. pen.  

Il punto è tuttavia che tale giudizio di bilanciamento diventava indisponibile per tutti i giudici rimettenti perché l’inserimento del terzo comma all’art. 577 cod. pen., per effetto della legge 69/2019, «detta una regola derogatoria» per la quale «in presenza di queste specifiche aggravanti, il censurato art. 577, terzo comma, cod. pen. vieta al giudice di considerare prevalenti rispetto ad esse la generalità delle circostanze attenuanti», limitando la sua possibilità di giudizio alla sola considerazione di «quattro attenuanti: i motivi di particolare valore morale e sociale (art. 62, primo comma, numero 1, cod. pen.); il vizio parziale di mente (art. 89 cod. pen.); la minore età (art. 98 cod. pen.); la partecipazione di minima importanza in caso di concorso di persone nel reato, ovvero l’ipotesi in cui taluno sia stato determinato da altri a commettere o a cooperare nel reato (art. 114 cod. pen.)» (punto 4.2 del considerato in diritto). Così, dunque, viene vietata in via generale la considerazione di altre possibili circostanze attenuanti e a questo divieto, come ricorda la Corte, si riferiscono «le tre ordinanze di rimessione, i cui petita sono peraltro circoscritti al divieto di prevalenza dell’attenuante della provocazione (ordinanza iscritta al n. 151 del r.o. 2022), ovvero al divieto di prevalenza sia della provocazione, sia delle attenuanti generiche (ordinanze iscritte al n. 87 e al n. 88 del r.o. 2023)» (punto 4.3 del considerato in diritto).  

Tutto ciò finisce, però, per contrastare con quanto la Costituzione prevede ai suoi artt. 3 e 27 sotto diversi profili, sui quali si appunta l’attenzione della Corte: in primo luogo l’uguaglianza di fronte alla legge e il divieto di discriminazione; la personalità della responsabilità penale e la finalità rieducativa/riabilitativa della pena che spingono alla “individualizzazione delle pene” nonché a una loro proporzionalità. 

Ma piuttosto che ripercorrere puntualmente le argomentazioni riportate in sentenza su questi aspetti, sembra qui interessante soffermarsi su alcuni altri aspetti riconducibili a quella tendenza a individuare una soluzione giuridica per un problema culturale cui si accennava in apertura. Da un lato, tale problema culturale si sostanzia nella persistenza e resistenza al mutamento di particolari stereotipi sui generi che possono senz’altro far emergere, per la loro anelasticità, una vasta gamma di comportamenti discriminatori nei confronti dell’altro o di altri generi che possono a loro volta senz’altro sfociare anche nell’aggressione fisica tesa alla “cancellazione” della persona portatrice di quel particolare genere. Giova però ricordare, cosa che purtroppo non è ancora culturalmente “passata” e che costituisce senza dubbio parte del problema, che “genere” non significa “donna”. Infatti i generi, se proprio non vogliono essere considerati nella loro molteplicità, ancora non accettabile per molti, sono almeno due (donne e uomini), ciò che rende piuttosto scorretto utilizzare il concetto come se esso potesse essere sovrapposto a uno solo dei due, senza contemporaneamente tenere conto anche dell’altro.  

Peraltro la scorretta equivalenza instaurata fra il termine “genere” e il termine “donna” conduce a negare che i comportamenti discriminatori su base di genere (meglio, di odio verso quel particolare genere) possano essere messi in atto anche da soggetti diversi dagli uomini maschi, cosa che – se debitamente presa in considerazione – potrebbe permettere soluzioni più “creative” anche dal punto di vista della dottrina giuridica e della giurisprudenza, oltre che naturalmente dal punto di vista delle posizioni politiche da cui scaturiscono le leggi. Non si può infatti negare che, almeno allo stato attuale, il corpus di norme specificamente dedicato a fenomeni quali la “violenza di genere” tende a dare per scontato per l’appunto il genere di autori e vittime, sia dal punto di vista della direzione del comportamento violento (che si presuppone sempre muovere dall’uomo maschio verso la donna femmina), e sia dal punto di vista della gamma di casi presi in considerazione (che non contempla, per esempio, la violenza agita da donne femmine lesbiche su donne femmine lesbiche, per non parlare di donne e uomini transessuali o transgender, siano ess* autori o vittime). Ciò implica, non da ultimo, che la nozione di “genere” risulti piuttosto difficile da impiegare in sede di considerazione dei casi concreti, mentre potrebbe essere un utile strumento almeno per ricostruire con maggiore precisione non solo i casi di “violenza sessuale” e di “violenza di genere”, ma persino i casi di “violenza domestica”, se è vero che il “genere” dev’essere considerato una categoria che ormai rileva culturalmente e socialmente al punto da essere divenuto oggetto di giuridificazione e da risultare sempre più presente anche nel dibattito giuridico-scientifico6

Dall’altro lato, la stessa persistenza e resistenza degli stereotipi e pregiudizi di cui si è detto, che rimane intoccata data l’assenza di abbastanza diffuse e coraggiose prese di posizione a favore di un loro ponderato, attento e complessivo smantellamento e sostituzione dal punto di vista culturale e sociale, conduce ad affidare alla negoziazione politica l’individuazione di soluzioni che per loro natura finiscono per sostanziarsi in “leggi”, ovvero norme di comportamento rivolte indistintamente erga omnes nella forma di doveri e diritti. A tali norme, in caso di comportamento non conforme a quanto statuito, corrispondono sanzioni le quali, pur con tutti i limiti costituzionalmente previsti, hanno sempre e di necessità la forma di una “repressione” che mira anche a conservare lo status quo ante, accanto naturalmente a quella di un indirizzamento verso comportamenti che dovrebbero meglio corrispondere all’insieme di principi e valori che si ritengono fondativi della comunità politica – e da qui anche dell’ordinamento giuridico.  

Sembra dunque inevitabile che in assenza di una simultanea attenzione alla modificazione del sostrato culturale di riferimento, la soluzione che appare più semplice sia quella del mero inasprimento delle sanzioni, il quale tuttavia, come nel caso qui in esame, corre il rischio di condurre a risultati contraddittori rispetto alle premesse. A questo proposito, nella sua sentenza la stessa Corte Costituzionale sottolinea che «la dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale» che costituisce l’esito della propria decisione, «non si pone in contrasto con la finalità complessiva perseguita dal legislatore del 2019 di rafforzare la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, ma semplicemente evita che dalla legge n. 69 del 2019 discenda un effetto collaterale incongruo rispetto alla sua stessa ratio» (punto 5 del considerato in diritto), sottolineando così proprio gli esiti contraddittori, se non proprio paradossali, cui possono condurre norme originariamente pensate per favorire la tutela delle vittime.  

Al successivo punto 5.6 del considerato in diritto, infatti, la Corte aggiunge che a fronte di una «necessità per il legislatore di intervenire con misure incisive, preventive e repressive, per contrastare efficacemente questo drammatico fenomeno [ossia il c.d. “femminicidio”, n.d.a.], nonché la generalità dei fenomeni di violenza e abusi commessi nell’ambito di relazioni familiari e affettive», quel che «le ordinanze di rimessione hanno posto in discussione è, però, la risposta sanzionatoria manifestamente sproporzionata che l’introduzione dell’art. 577, terzo comma, Cost. [sic] provoca rispetto a casi del tutto eterogenei rispetto a quelli avuti di mira dal legislatore», entrando così in contraddizione con se stesso, per così dire. Tuttavia, si continua, quelli in esame sono casi «in cui è proprio la persona vulnerabile, vittima di reiterati comportamenti aggressivi all’interno del proprio contesto familiare, a compiere alla fine un atto omicida, sospinta dall’esasperazione per una situazione percepita come non più tollerabile. Una tale risposta costituisce un effetto collaterale, di natura per così dire “preterintenzionale”, prodotto da una disposizione pure sostenuta da una finalità legittima, che tuttavia, nell’impatto con la varietà dei casi reali, determina anche risultati incongrui rispetto a quella stessa finalità» (punto 5.6 del considerato in diritto).  

Qui il punto, infatti, è che a causa di una concezione dualistica del problema della violenza di genere, i fenomeni a essa riconducibili sono ridotti a un unico caso che rileva – quello della violenza dell’uomo maschio nei confronti della donna femmina, mentre tutti gli altri casi  possibili finiscono per risultare invisibili, il che implica una potenziale elisione, sul piano concreto, di tutte le “altre” vittime di tali fenomeni che finiscono per cadere nell’oblio e, soprattutto, per non avere più alcuna possibilità di far valere anche il proprio diritto a non accettare quel particolare e contestualizzato ruolo di “vittima” come un destino ineluttabile. Da questo punto di vista, non risulta pienamente convincente la posizione dell’Avvocatura dello Stato, per come emerge dalla sentenza, secondo cui «la particolare gravità degli omicidi intrafamiliari deriverebbe, in sostanza, dalla violazione del divieto ancestrale di versare sangue all’interno della propria stirpe», motivo che basterebbe in tutti i casi in esame a ritenere pienamente fondata la modifica all’art. 577, cod. pen. introdotta dal “Codice Rosso”. Infatti, come giustamente nota la Corte, «all’argomento della intrinseca maggiore gravità degli omicidi intrafamiliari – o comunque commessi all’interno di relazioni affettiva – può in effetti agevolmente replicarsi che proprio in questi contesti non infrequentemente maturano tensioni, risentimenti, frustrazioni determinati da comportamenti aggressivi di taluno dei protagonisti della relazione, che sono alla base della reazione omicida» (punto 5.5.2 del considerato in diritto).  

In effetti, il vero problema è che a livello culturale, sociale e politico sembra si stia affermando la percezione e la conseguente convinzione che l’omicidio di una donna – sia esso o meno un femminicidio in senso proprio – sia più grave di altre forme di omicidio. Ciò dipende anche dal fatto che, nonostante tutti i distinguo usualmente operati, si sta cristallizzando a livello culturale, sociale e politico un mutamento del sentire comune per il quale il termine “femminicidio” non dovrebbe essere riservato soltanto a uno specifico insieme di fenomeni, per i quali il genere della vittima rileva in maniera chiara ed evidente in modo esclusivo, o perlomeno di più di altri elementi, ma dovrebbe proprio sostituire, per via di sovrapposizione, lo stesso termine “omicidio” quando la vittima sia una “donna”, all’uccisione della quale il termine tradizionale finisce per sembrare non applicabile. Così facendo, tuttavia, il rischio è quello per l’appunto d’instaurare una categoria disattenta alle circostanze concrete in cui si è verificata l’uccisione di una donna, che conduce a sua volta a una distinzione fra vittime che ha almeno il sentore di una vera e propria discriminazione e che non sembra coerente con il presupposto, menzionato in precedenza, secondo cui «ogni omicidio lede in maniera definitiva una vita umana» qualunque sia il sesso, il genere, la sessualità o qualsiasi altra differenza di cui sia stata portatrice la vittima, la quale invece deve essere appropriatamente tutelata in base all’art. 3 Cost., non da ultimo evitando di renderla invisibile. 

Del resto, per aggiungere soltanto un ulteriore elemento di riflessione, le ambiguità terminologiche presenti nella l. 119/2013 hanno già aperto da tempo la via verso una scorretta sovrapposizione tra femminicidio (termine che in quella legge non c’è), omicidio di una donna, violenza di genere, violenza domestica, e così via, che certo può essere annoverata fra le origini dell’introduzione di un terzo comma all’art. 577 cod. pen. Tale nuovo comma non sembra essere emerso da un’attenta considerazione per le potenziali conseguenze indesiderabili indotte da una semplificazione riduzionistica, ancora aderente a un modello dualistico che oppone maschile e femminile anche quanto al loro rapporto con la violenza. Infatti, in generale la violenza sembra ritenuta tipica del solo polo maschile, instaurando così una differenza quasi-ontologica fra i due sessi, nonostante proprio il superamento del ricorso a posizioni essenzialistiche sia (stato) uno dei capisaldi di larga parte del pensiero femminista. Come che sia, ciò conduce, come ben evidenzia la sentenza, a «una irragionevole disparità di trattamento tra gli omicidi commessi all’interno di contesti familiari e affettivi e la generalità degli omicidi volontari, ai quali il divieto di prevalenza delle attenuanti previsto dalla disposizione censurata non è applicabile: ciò che ridonda in un ulteriore profilo di violazione dell’art. 3 Cost.» (punto 5.5.1 del considerato in diritto). 

A questo proposito, per toccare un ultimo punto di grande rilevanza, almeno due dei casi sotto esame contribuiscono a mostrare la scorrettezza dell’instaurazione di una tale dicotomia, che è ben viva e presente nonostante tutte le pretese in contrario, continuando a orientare quel dibattito pubblico che deve fungere da terreno per consolidare un consenso numericamente abbastanza diffuso e condiviso da permettere alla parte o alle parti che possono contare su di esso di negoziare l’elaborazione di leggi e  politiche mirate a privilegiare i relativi gruppi d’interesse, una negoziazione che tuttavia ha natura escludente e non inclusiva, perché volta a tutelare soltanto alcune differenze e assolutamente non tutte7. Il caso schematicamente illustrato in precedenza sub b) sembra infatti essere riconducibile a una fattispecie più pacificamente considerabile come “violenza domestica”, a differenza dei due casi sub a) e sub c), che pongono molte più difficoltà quando analizzati avendo come riferimento la dicotomia di cui si è appena detto.  

Il caso c), infatti, vede come autrice dell’atto violento una donna e non un uomo e dunque mette per ciò stesso già in discussione l’idea che la violenza non sarebbe propria del femminile. Certamente, si potrebbe dire che tale violenza sia stata esercitata non come azione, quanto piuttosto come reazione a un insieme di minacce e vessazioni che sarebbero all’origine di un comportamento ritenuto non tipico di un soggetto femminile. E tuttavia, se non fosse intervenuta la sentenza della Corte Costituzionale, proprio questo non si sarebbe potuto dire e ancor più far valere, con il risultato paradossale di non poter considerare quella reazione come tale, per considerarla piuttosto come una violenza agita, nonostante essa non sia in generale ritenuta tipica della “donna”. Di fatto, si sarebbe dovuto considerare come autrice, o perpetratrice, un soggetto che tanto nell’immaginario comune, quanto nelle previsioni normative, è solitamente e ricorsivamente considerato come la vittima. Dunque, per quanto riguarda questo caso, si dimostra che la modifica introdotta dal “Codice Rosso” non aveva – perlomeno – considerato tutti quei casi in cui già avveniva e sarebbe ancora avvenuto che un soggetto femminile sottoposto a ripetute violenze, caratterizzabili come manifestazioni di femminicidio, avrebbe potuto ricorrere alla violenza nel tentativo di evitare l’atto finale ed stremo di quel femminicidio (ossia, il proprio omicidio). Di più: non si è tenuto conto che se ciò fosse accaduto la conseguenza di aver introdotto le nuove norme più restrittive non avrebbe più permesso al giudice di tenere conto dell’autrice dell’omicidio anche come vittima precedente di femminicidio. 

Infine, il caso b) tocca un aspetto allo stesso tempo speculare e analogo a quello appena considerato. Il punto è che se una femmina/donna può essere autrice di un omicidio, allora esiste almeno un’eccezione alla dicotomia in precedenza menzionata, e ciò comporta dover ammettere che la violenza è un fenomeno “trans-gender”, nel senso che si manifesta “oltre il genere”, semplicemente perché fa parte dell’essere umano. A meno di non voler sostenere, e sia pure in maniera inintenzionale, che la femmina/donna della specie umana non sarebbe proprio capace di violenza, il che però correrebbe immediatamente il rischio d’instaurare una gerarchia fra umani, la quale invece costituisce esattamente il bersaglio polemico di ogni richiesta di “parità di genere”. E tuttavia, ammettere che anche “le donne” sono capaci di “violenza di genere” sembra essere qualcosa di ancora inaccettabile dal punto di vista culturale, nonostante ciò ponga una seria ipoteca proprio sulla possibilità di conseguire una effettiva parità a partire dal presupposto che tutti i membri della specie umana condividono caratteristiche analoghe – nel bene e nel male e al di là della loro maggiore o minore incidenza quantitativa sul piano concreto. 

Come che sia, ciò fa sì che s’instauri di fatto una gerarchia fra le vittime, nel senso che mentre è immediato pensare alla femmina/donna come vittima, non altrettanto può dirsi per il maschio/uomo, con il risultato di discriminare tutti coloro (volutamente al maschile) per i quali il ruolo di “vittima” è escluso in linea di principio – meno che in un caso, cioè quello nel quale l’autore/attore della violenza sia un altro maschio/uomo8. In questo contesto, la sentenza della Corte Costituzionale qui commentata risulta ancora più importante, perché lascia almeno uno spazio aperto al riconoscimento che di fatto, anche se non ancora pienamente di diritto, un uomo possa agire violenza nei confronti di una donna non perché tale violenza fa parte del suo corredo genetico di maschio della specie umana, ma come reazione violenta a comportamenti violenti agiti da altre (volutamente al femminile). In qualche modo, per come l’interpreta chi scrive, questa sentenza contribuisce a sollevare almeno il dubbio che i comportamenti violenti possano essere messi in atto da ogni individuo della specie umana, indipendentemente dalle (molteplici) differenze di sesso, genere e sessualità. Un dubbio dettato dal buon senso, peraltro, visto che la capacità di ricorrere a varie forme di violenza non va valutata soltanto negativamente, in quanto essa risulta necessaria, per fare un solo esempio limite, in tutti quei casi in cui sia in gioco la propria sopravvivenza come entità psicofisica. 

Molto si potrebbe ancora dire, non da ultimo sull’importanza del ruolo della Corte Costituzionale entro gli ordinamenti politici e giuridici democratico-costituzionali, importanza di cui non v’è chi non veda un esempio anche in questa pronuncia. Ma per concludere con riferimento alle questioni più generali che si è qui cercato di sollevare, sia sufficiente ribadire che quanto sin qui detto può forse contribuire ad avvalorare la tesi che si possano di fatto dare leggi che tentano d’individuare sempre più ricorrenti soluzioni giuridiche, ridotte a interventi di quasi mero carattere repressivo, a problemi che sono e rimangono di matrice culturale. Ciò permette tra l’altro, e sfortunatamente, di continuare a evitare quel diffuso e approfondito confronto più propriamente politico tra posizioni diverse sul fenomeno da sottoporre a normazione dal quale dovrebbero emergere norme più corrispondenti allo stato attuale delle cose, nonché in grado di tenere conto del maggior numero possibile di fattispecie concrete. Queste ultime includono, com’è naturale, quelle che stanno sempre già modificando il “sentire comune” al livello delle concrete interazioni quotidiane fra individui immersi in un contesto inevitabilmente complesso e mai interamente riducibile a regole e norme individuate e cristallizzate una volta e per tutte. Soltanto così, infatti, le previsioni legislative, che vengono adottate sotto i vincoli spaziotemporali del proprio contesto dato, possono aspirare a non essere semplicemente regole transitorie destinate a rincorrere tanto continuamente, quanto vanamente, i mutamenti che avvengono in tempo reale, per sperare piuttosto di conseguire una qualche durata nel tempo, ma solo se e finché si dimostrino in grado di essere elastiche rispetto al proprio (peraltro inevitabile) mutamento.  

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